Il diario di Suor Pierina

Dal diario di Suor Pierina Silvetti, Suor Valeriana Collini e Suor Elvira Ghirardi redatto per ordine della Superiora Generale Suor Margherita Ricci Curbastro.

L’ANNO PIÙ LUNGO

Lunedì di Pasqua 1955.

Venticinque anni orsono e precisamente il 16 giugno 1941, nasceva la nostra piccola Comunità tra le mura di questo Carcere Giudiziario, per la sorveglianza e l’assistenza delle detenute ed era così composta: Suor Valeriana Collini – Suor Pierina Silvetti e Suor Cornelia Bianchi, la quale però lasciò presto l’impresa e fu sostituita da Suor Elvira Ghirardi. Già da oltre un anno Suor Valeriana era stata adibita a questa bella missione, coadiuvata da una guardiana secolare, la Sig.ra Sartoni Mercatali Rosa e risiedendo presso le nostre consorelle a Ravaldino…

Dal 1941 al ’43 avemmo donne per reati comuni, brave e volenterose lavoratrici, tutte molto affezionate. Fino dagli inizi del nostro apostolato prendemmo per regola di non interrogare mai alcuna circa i propri reati, ma di accettare le loro aperture, senza sollecitarle e senza scandalizzarci mai, cercando sempre di comprendere, di compatire, investendoci delle loro situazioni per porre pace nelle loro anime, invitandole alla riflessione, al ragionamento, all’accettazione della pena, come purificazione, innalzamento, riconquista di tutto ciò che sembrava perduto. Lavoro paziente che non abbiamo mai abbandonato, che non ci siamo mai stancate di praticare. Ogni anima va studiata a sé perché diversa anche se i reati sono gli stessi. Nature diversissime, alcune menzognere, simulatrici, altre semplici e schiette. Tare ereditarie sono talvolta le radici latenti di orrendi delitti. Creature nate e cresciute in covi volgari, ove le più sconcertanti sozzure furono il loro pane quotidiano e la mancanza assoluta del vero amore la causa principale di tante deviazioni…

Con la discesa delle truppe tedesche in Italia, l’8 settembre 1943, cominciò per noi un vero calvario. Agli albori della primavera 1944 avemmo l’incarcerazione di tantissimi innocenti, tra cui molti sacerdoti, tutti rei di soli atti di carità.

Una mattina, sul fare del giorno, ci fu consegnata una giovane donna, Rossana Benda Molina, con la figlioletta Rita di quattro anni ed il figlio Giorgio di sette, perché il loro rispettivo marito e padre, sospetto di collaborazione partigiana, non era stato trovato. Infatti egli, dottore farmacista, era fuori per ragioni professionali. I tedeschi non capirono o non vollero capire, rastrellarono tutta la famiglia, confiscarono ogni suo bene e distrutto ciò che loro non serviva, la tradussero in prigione, lasciando sola, sul lastrico, l’anziana madre della signora. Il triste fatto giunse alle orecchie del dottore che in un batter d’occhio si presentò al comando affinché fossero rilasciati i suoi cari, ma ci volle del tempo ed egli fu imprigionato con proibizione di vedere moglie e figli. A quel tempo, per continue incursioni aeree, i detenuti non venivano rinchiusi nelle celle, ma restavano fuori per facilitare la loro discesa ai rifugi. Approfittando di ciò ed avendo il finestrone del corridoio dinanzi a quello maschile, tenevamo la piccola Rita appoggiata all’inferriata così da stabilire una comunicazione col padre, pronte a ritirarla all’arrivo dei tedeschi o di chi ci potesse tradire. Qualche giorno dopo, purtroppo, il dottore veniva fucilato con altri nove innocenti e la sposa ed i bambini rimessi in libertà.

La signora Rossana e la piccola Rita perirono poi sotto un bombardamento a Torre Pedrera. Giorgio rimase invece con la nonna, che tra stenti e sofferenze lo crebbe e l’istruì senza l’aiuto di alcuno, poiché il Comitato di liberazione, a cui ci eravamo rivolte, non volle riconoscere il Molina come partigiano, non avendo egli partecipato al movimento, né quello degli orfani di guerra, perché il dottore non aveva combattuto. Adesso vivono a Bologna, Giorgio è sposato ed ha una buona posizione e la nonna è sempre in relazione con noi. Fu un susseguirsi di queste vicende sconvolgenti. Una mattina ci vedemmo arrivare la Marchesa Pellegrina Paolucci De’ Calboli arrestata col figlio Cosimo quindicenne ed il marito, sotto pretesto di collaborazione rivoluzionaria. Dopo crudeli interrogatori e dure percosse (dovevamo chiuderci le orecchie per non sentire i colpi e le grida) il Marchese Raniero fu fucilato a Castrocaro. Prima dell’esecuzione chiese tempo per prepararsi alla morte, gli fu concesso. Egli s’inginocchiò e si raccolse in preghiera, poi alzatosi disse al comandante: Sono pronto!

Rimase la Marchesa che dovette subire altri inumani interrogatori, perché doveva parlare, ma lei non poteva dir nulla, non aveva mai avuto contatto con i partigiani. Non fu creduta e dopo averle comunicata la morte del marito, che noi le avevamo taciuta, le intimarono di decidersi a parlare, ma ella non poteva che tacere. Impossibile ridire l’angoscia e la prostrazione della povera donna, noi non sapevamo più cosa dirle per rincuorarla. La mattina del 12 agosto il figlio Cosimo fu prelevato con altri per essere deportato in Germania e a noi ci fu comandato di preparare la Marchesa per il pomeriggio perché doveva raggiungere il figlio al Comando. Noi ci credemmo e ci demmo da fare affinché la Signora potesse portarsi dietro indumenti e danaro. Riuscimmo ad avvertire segretamente i domestici che in breve tempo ci portarono roba e due carte da 10.000 lire che occultammo, aprendo una finta tasca nell’abito della Marchesa e ricucendola. All’ora stabilita l’accompagnai nell’ufficio matricola ed all’arrivo dei tedeschi la lasciai per portarmi alla porta centrale e vederla partire. Là era giunta una sua cameriera con una valigia di biancheria ed attendeva per consegnargliela e salutarla. Fuori, in giardino, notai le camionette con i tedeschi armati di mitra, «il plotone d’esecuzione». Rimasi di ghiaccio e non potei pronunciare parola, restai inchiodata tra i due cancelli col cuore impazzito e il sangue gelato. Poi il campanello squillò e fu aperto, vennero avanti ad uno ad uno tutti gli ebrei: le mani legate dietro il dorso, ultima lei bianca, con le mani pure legale, quando mi fu vicina mi guardò lungamente, ed io capii… poi rivolta alla cameriera le disse con voce ferma: Porta via quella valigia, non mi serve più. La vidi salire sulla macchina della morte, avevo la gola serrata in una morsa crudele. Avrei voluto gridare, fare qualcosa, ma quale cosa? Appena fui capace di un po’ di forza rientrai in sezione, non feci parola ad alcuno, mi preparai in fretta e mi precipitai verso la Cattedrale ove avevo convegno con chi ci dava una mano. Sulla porta trovai il Maresciallo della Questura che mi disse: Proprio adesso è stata fucilata la Marchesa Paolucci insieme ad altri uomini. Mi usci un grido di protesta: Non è vero! — Vedrà domani — mi rispose. Purtroppo avevo tutto capito e sapevo che era vero, solo non volevo che fosse così. I tedeschi quando prelevavano i detenuti dipendenti dal loro comando, sul registro di scarico lasciavano scritte frasi laconiche, mai la pura verità.

Al mio ritorno le suore erano in cappella e dissi loro: Preghiamo, hanno ucciso la Marchesa! Il singhiozzo di Suor Valeriana mi aprì il cuore. Finalmente potevo piangere anch’io con loro e fu la nostra preghiera.

Ci restavano ancora sette ebree, mogli o parenti degli uccisi, a loro non dicemmo la verità sui loro cari, ma che erano stati fatti partire per la Germania, ove fra breve li avrebbero raggiunti. Credevamo davvero che le donne sarebbero state risparmiate, perché un ufficiale delle SS ci aveva assicurato che le avrebbero rimpatriate. Le preparammo quindi a partire dando loro cibo ed una quantità di mele. La mattina del 17 settembre avemmo l’ordine di preparare le donne per la partenza, erano cariche di roba, le volli accompagnare, ma quando fui in giardino mi ferì la già nota allucinante visione: camionette, mitra! Mi feci forza, vidi le vittime salire sulle auto, senza poter far nulla. A queste legarono le mani, ma lasciarono che si portassero dietro i loro fagotti; una nel salire inciampò ed un pacchetto si ruppe lasciando correre via tutte le mele, io mi precipitai a raccoglierle, i tedeschi mi lasciarono fare, anzi lasciarono pure che le riconsegnassi. Questa clemenza mi dette speranza e seguii il corteo più sollevata, ma quando vidi le macchine piegare sulla sinistra, invece che andare dritte per la via del Comando, la speranza si frantumò e mi sommerse un’onda di desolazione. Poche ore più tardi sapemmo la terribile realtà; erano state fucilate come gli altri, alle «Casermette», nelle buche prodotte dalle bombe. Scaricai la mia indignazione su di un ufficiale delle SS, il più umano di tutti perché cattolico e dal quale avevo avuto tanti consensi, anche con suo grave rischio e pericolo. Egli parlava l’italiano come noi, cosi gli potei dire tutto quello che avevo nel cuore; lo vidi impallidire e mi rispose: Noi facciamo la guerra.

Per ordine delle SS noi non dovevamo aiutare in alcun modo i detenuti politici; il vitto era allora insufficiente ed immangiabile. Un mattino ci furono accompagnati il Vescovo di Fossombrone, il suo segretario, il Podestà ed un altro giovane sacerdote, parroco di S. Sepolcro, questo ultimo era stato torturato, non aveva più veste, la camicia stracciata ed insanguinata lasciava vedere la schiena fustigata, aveva il volto contuso ed era scarmigliato. All’insaputa dei tedeschi, i nostri agenti ci affidarono i quattro infelici perché li custodissimo e dessimo loro da mangiare, noi che non avevamo niente!!!

Appena la notizia dell’arresto del Vescovo si diffuse in città, molti si offrirono di aiutarci portandoci generi vittuari, così avemmo prima il recapito a S. Filippo, ma fummo scoperte; poi a Ravaldino, ma poco dopo il Parroco, impressionato da certe voci che circolavano (già si diceva che ci avrebbero portato a Castrocaro per essere fucilate), ci disse non essere più il caso di continuare. Allora il Sacrista della Cattedrale, ora Can.co Don Ettore Sossi, si offerse di raccogliere e di portare direttamente a noi, ciò che fece per vario tempo, poi demmo nell’occhio anche così, ed allora per non esporre la vita del sacerdote, riprendemmo noi la spola stavolta dalla cattedrale al carcere, pedinate dai soliti angioletti… e così continuammo fino in fondo con tanta tremarella. Avemmo al nostro fianco, incurante di ogni pericolo, il nostro amatissimo Vescovo Mons. Giuseppe Rolla, a cui portavo i dispacci che gli infelici incollavano sul fondo esterno dei piatti e usati per mandar loro le furtive pietanze. Avevamo nelle due sezioni, quella maschile più la nostra, delle spie messe dai tedeschi che studiavano i movimenti di tutti per poi riferire. Occorreva molta prudenza e molto studio. I momenti più sicuri per andare in Vescovado erano quelli degli allarmi aerei, allora la città si faceva deserta, i tedeschi scappavano, i detenuti scendevano ai rifugi ed io ero finalmente libera di correre al Padre che mi accoglieva sempre con le braccia aperte. Egli era davvero il buon pastore che non lasciava niente d’intentato pur di salvare tanti disperati; si pensi che riuscì ad ubriacare col cognac il comandante delle SS, che invitava a casa sua, per farsi accordare liberazioni, assoluzioni ed infine per fargli firmare il permesso di tenere prigioniero, nel suo palazzo, il Vescovo di Fossombrone. Solo il buon Dio conosce tutta l’opera svolta da Mons. Rolla, solo Lui sa quello che fece per strappare alla morte le sue pecorelle! Ma per il povero parroco di S. Stefano, Don Francesco Babini, non ci fu niente da fare! Sembrava imminente la sua scarcerazione, il nostro Vescovo ce l’aveva assicurato, ma invece un pomeriggio lo vedemmo uscire con altri nove, aveva un nostro asciugamano intorno al collo ed era tra due militi. Ci fu assicurato che andava per essere ancora interrogato. Preparammo come sempre, la cena, e la facemmo giungere col consueto sistema clandestino al Vescovo di Fossombrone ed ai suoi compagni che ci fecero assicurare aver messo da parte la cena di Don Francesco ben coperta, non celandoci la loro pena vedendo che tanto ritardava. Ci agitammo anche noi e ripetutamente andavamo all’ufficio matricola per sapere se fossero rientrati, ma sempre in risposta il medesimo no. Alla mezzanotte una telefonata ci consigliava di andare a riposare, perché non sarebbero più ritornati, erano stati tutti fucilati, per rappresaglia, essendo stato trovato un tedesco ucciso. Chiedemmo molte volte ove fossero stati sacrificati, ma dovevano passare quasi tre giorni prima di venirne a conoscenza. Fu uno dei nostri agenti, che trovandosi a passare casualmente da Carpinello, scoprì i dieci corpi massacrati, lasciati sul ciglio della via preda delle mosche a monito dei passanti. Se volete vederli sono là — ci disse — ma era già tardi per intraprendere il cammino e decidemmo per la mattina seguente. Ci alzammo prestissimo, Suor Elvira ed io e partimmo a piedi alla volta di Carpinello, onde mettere indosso, alle povere vittime, un segno di riconoscimento. In prossimità del ponte del Ronco ci raggiunse lugubre l’urlo delle sirene, che dalla città davano il segnale d’allarme; ci mettemmo a correre per allontanarci il più possibile da quel ponte, obbiettivo dei bombardamenti americani. Facemmo un buon tratto mentre il ruggito dei bombardieri si avvicinava, incontrammo per caso il nostro giudice di sorveglianza che fu non poco meravigliato di trovarci colà. Gli dicemmo in fretta la ragione del nostro viaggio ed egli ci aiutò a discendere, con lui, in una fossa di salvataggio, mentre la formazione passava fragorosa sopra le nostre teste. Per fortuna non sganciarono. Passato il pericolo, al segnale del cessato allarme, riemergemmo sulla via aiutate dal buon giudice che, pure lodando il nostro gesto, sottolineò il rischio a cui andavamo incontro. Se vengono a sapere le vostre intenzioni quei tristi vi spacceranno, perché guai a chi si occupa dei giustiziati, sarà ritenuto loro complice!

Ci accompagnò, tornando poi indietro, fino al principio del paese, lì fermò un milite al quale disse che noi eravamo le Suore delle carceri e che desideravamo sapere ove fossero i fucilati per poi riferire alle famiglie dei medesimi. II milite fu assai cortese, ci consigliò di recarci al cimitero perché le salme erano state tolte dalla strada. Ci dirigemmo colà ed il giudice ci lasciò, per non esporsi altrimenti; noi ci presentammo al milite di guardia e gli ripetemmo quanto detto all’altro. Con una grinta molto dura e squadrandoci dall’alto al basso ci disse che erano stati portati tutti in città a disposizione delle famiglie. Stanche e deluse, dopo tanto cammino, stavamo per tornare sui nostri passi, allorché fummo viste dalla Sig.ra Savoia che ci accolse in casa sua, ci rifocillò, ed appena riposate un poco ci lasciò partire senza mettersi in vista. Nella piazza del paese c’era un camion della polizia, con sopra il Parroco che andavano a Forlì, chiedemmo loro un passaggio, ma saputa la ragione della nostra presenza a Carpinello, non ci vollero prendere su perché ebbero paura. Facendo buon viso a cattiva sorte riprendemmo il nostro lungo cammino, questa volta senza altri incidenti. Sapemmo poi, a nostro conforto, che ogni salma era stata consegnata ai propri cari. Don Francesco riposa, adesso, nel suo cimitero e con la stia buona Mamma continuiamo ancora la corrispondenza.

Fu poi la volta di Tonino Spazzoli, capo del movimento di liberazione di cui si dice che siasi mangiato, prima dell’arresto, un documento importante, contenente i nomi di gran parte degli appartenenti. Furono pure incarcerate con lui la sorella e la nipote che più tardi vennero deportate in Germania. Il povero Tonino doveva stare chiuso in cella, ammanettato, senza sedersi né sdraiarsi, senza bere e senza mangiare fino a che non si fosse deciso a rivelare tutto e tutti. Era sorvegliato da due militi, alla sua cella era vietato avvicinarsi persino ai nostri agenti, solo un detenuto venne adibito alle pulizie, con incarico di ritirare il «vaso». I «vasi» erano molti alti, molto capaci, ed il detenuto due volte al giorno ritirava quello di Tonino per pulirlo e poi riportarlo. Quel vaso divenne l’unico mezzo per passare il nutrimento all’infelice ed il detenuto il ponte di collegamento fra noi e lui. Due volte al giorno preparavamo dei cordiali: due uova sbattute in brodo ristretto che la famiglia ci procurava col solito sistema. Mettevamo il cordiale in una bottiglia che facevamo sparire dentro la camicia del detenuto addetto, il quale bussava alla nostra porta, con la scusa di portare roba occorrente. Prendeva poi il vaso per pulirlo e quindi introduceva la bottiglia riportando tutto in cella. Spazzoli appena richiuso, aiutandosi con le mani ammanettate, estraeva la bottiglia, toglieva il tappo con i denti, quindi beveva tutto il contenuto rimettendo il vuoto. Con lo stesso sistema mandavamo i farmaci per tenerlo su, in maniera che nutrito e curato, trovasse forza per resistere e tacere. Così per molti giorni che sembrarono anni. Il detenuto quando veniva a prendere e riportare la bottiglia ci diceva: Sorelle noi moriremo tutti e quattro insieme! E per miracolo sfuggimmo a questa morte! Avevamo anche dei nostri agenti che favorivano i tedeschi! Intanto, nonostante le terribili battiture, Tonino rimaneva di sasso. Il giorno che fu accompagnato a vedere suo fratello Arturo, fucilato ed impiccato in Piazza Saffi, allorché gli intimarono di parlare per non fare la stessa fine, con fermezza dichiarò di non avere nulla da dire. A notte dello stesso giorno fu prelevato ed ucciso nei pressi di Coccolia. I nostri sacrifici non valsero a salvarlo!

Tra la lunga, interminabile, teoria d’infelici, ci furono accompagnati una sera una ventina di ebrei tra donne e ragazzi, rastrellati per le vie di Roma e diretti in Germania. Noi non avevamo più neppure posto e non sapevamo come sistemarli; in più erano tutti affamati.

Distendemmo della paglia nel piccolo atrio della maternità e demmo loro delle coperte. Il più brutto era il non avere niente per la loro fame! Mi ricordai che la mattina ci era stato recapitato un litro di latte senza sapere da chi e che non avevamo osato toccare perché ci sembrava impossibile fosse proprio per noi. Un litro di latte, a quell’epoca, era sbalorditivo! Dopo averlo bollito, lo avevamo messo in fresco, pensando che sarebbe saltato fuori il padrone. Ci venne l’idea di darlo ai bambini, poi ne subentrò subito un’altra che attuammo: Suor Elvira preparò un recipiente di surrogato, vi mischiò quel latte e lo servimmo col poco pane che avevamo; fu qui che vedemmo il miracolo! Pane e caffè latte bastarono per tutti, tutti si saziarono e si addormentarono. Al mattino, i tedeschi li ripresero tutti, e chissà mai quale sarà stata la loro sorte!

Sempre in quei terribili mesi, in cui vedemmo tanti fratelli anelare alla morte, furono incarcerati il generale Trionfi e la figlia, perché il marito di questa, capitano dell’esercito, era passato ai partigiani. La signora Trionfi aveva seguito a Forlì i suoi cari: marito e figlia, con la nipotina Patrizia, dopo che i tedeschi si erano impossessai di tutti i suoi beni, lasciandola praticamente in mezzo alla via. La Signora mi fece chiamare e in disparte mi confidò come sua figlia portasse indosso un cuscinetto con tutti i loro gioielli di grande valore. Mi supplicò di consegnarglieli essendo questi l’unico mezzo per sopravvivere.

Cercai farle capire il grave rischio che correvamo entrambe, rna poi, commossa dalla sua disperazione, promisi che l’avrei accontentata. Le fissai un appuntamento in Cattedrale, sull’imbrunire, presso una delle colonne dinanzi alla Madonna del Fuoco, e così feci, non senza una paura che mi drizzava i capelli. Mi portai alla colonna fingendo di osservare la cappella e intanto pregavo la Vergine S.S. che si prendesse cura di noi. Il cuore mi balzò appena vidi avvicinarsi la Signora, Ella finse chiedermi un’informazione. Con una mano le additai il quadro della Madonna e con l’altra feci passare nelle sue il prezioso pacchetto. Poi, come se nulla fosse stato, mi allontanai lasciandola in preghiera. Ritornai a casa contenta, ma non sicura. Infatti, alcuni giorni dopo, la sorella di Suor Valeriana ci fece sapere l’opportunità di fuggire, perché era stata avvertita da persona vicina ai comandi, che ci avrebbero fatte fuori. Dovevamo fuggire, ma dove? Forse che non ci avrebbero trovate e con pericolo per chi ci avesse accolte? Meglio restare al nostro posto ed attendere la nostra sorte. Per quanti anni ho poi durato a sognare di essere davanti al plotone di esecuzione!

Intanto gli eventi precipitavano, i tedeschi dovevano battere in ritirata, furono effettuate le ultime deportazioni anche di detenuti comuni. Quasi tutti partirono per la Germania dove sarebbero stati adibiti ai lavori di ricostruzione, tra questi vi fu anche il nostro coraggioso e fedele alleato che venne a salutarci dicendoci: L’abbiamo scampata, ma non ci rivedremo mai più su questa terra! Un’onda di commozione m’invase, quasi l’avrei abbracciato! Non molto tempo dopo sapemmo che era caduto dal camion che li trasportava al confine ed era morto; ci dettero per certo però che non fosse caduto, ma che volontariamente si fosse gettato per non andare in Germania. L’abbiamo sempre dinanzi agli occhi: alto, robusto, dai folti capelli fulvi, generoso e buono fino all’eroismo. Iddio lo abbia accolto nel suo amplesso dimenticando il gesto, dovuto ad un dolore che gli aveva accecata la ragione!

Ormai il carcere era vuoto, le ultime a lasciarci furono le tre inglesi, madre e due figlie, Roma di 18 anni, Vittoria di 8. Le prelevarono una sera, al tramonto, per accompagnarle ai confini ed avviarle verso la Scozia ove avrebbero riabbracciato il rispettivo marito e padre. Con esse abbiamo avuto corrispondenza fino a qualche anno fa.

La sera dell’11 novembre i tedeschi lasciarono Forlì dopo avere tagliato le condutture dell’acqua, del gas e quelle elettriche e dopo aver fatto saltare in aria il torrione, il campanile della cattedrale e la torre civica. Dovemmo abbandonare il carcere sotto lo scroscio delle granate, brancolando nel buio e portandoci dietro i letti. Riparammo come potemmo, Suor Valeriana a Ravaldino, Suor Elvira ed io a palazzo Prati ove le nostre consorelle avevano il rifugio. Al mattino ci fu intimato di rientrare in servizio sotto la minaccia di fucilazione per diserzione. Riprendemmo, quindi, la via del ritorno con le spalliere dei letti sul dorso ed il resto caricato su di un barroccino sempre sotto la pioggia delle granate e il crepitare delle mitraglie che inseguiva, dal cielo, le truppe in ritirata. Sembrava un’inferno, ed in mezzo a quell’inferno rimanemmo fino all’ingresso degli Inglesi. Ci sistemammo al piano terra perché le forze non ci permisero di risalire al nostro appartamento e fu la salvezza, poiché alcune mattine dopo un grosso calibro sfondava la nostra camera da letto formando nel mio posto un cumulo di macerie a forma di tomba. Giungemmo così a Natale che fu il Natale più reale della nostra vita.

Non avevamo neppure un cannello di carbone per fare un po’ di fuoco, quindi niente da poter mangiare di caldo, io ero a letto con la febbre. Il Natale di Betlemme, poiché come i pastori, vennero gli alleati, insediati nella sezione maschile, a portarci biscotti e the; a mezzogiorno le sorelle di Ravaldino ci mandarono cappelletti, brodo e pietanze, il pane ed il vino l’avevamo, né mai c’erano mancati prima, come mai c’era mancata la Divina Eucaristia a sostenerci. L’acqua l’attingevamo dal pozzo dell’orto. Non ci mancò neppure la frutta che ci offrirono gli Inglesi e nel pomeriggio il Capitano della Cicogna ci portò la cioccolata. Fu il Natale più suggestivo della mia vita!

Giunse infine l’ordine di sgomberare tutto il carcere, perché occorreva agli alleati. Che fare? Dove riparare? L’inverno era inclemente, l’Istituto Santarelli ancora sfollato troppo lontano per andare fin là con le masserie, per causa del ghiaccio che rendeva impraticabili le strade, nessuno voleva farci lo sgombero. Lugo era ancora sotto i tedeschi. Ci rivolgemmo alle nostre consorelle del Seminario, loro ci avrebbero anche accolte, ma il Rettore non ci volle. Quando Mons. Vescovo seppe la cosa, con slancio fraterno, ci offrì la sua casa e tanto ci supplicò che accettammo, non senza un po’ di soggezione. Avevamo lavorato e sofferto tanto insieme che nient’altro desiderò che averci presso di sé. Lui possedeva un sacco di patate, noi uno di fagioli ed uno di cipolle, così una sera mangiavamo gli uni e le altre a sere alterne, poi daccapo.

Intanto S.E. prendeva contatto con gli alleati, per loro mezzo istituì una cucina per i poveri che affidò alla nostra direzione. Cominciammo allora a beneficiare di quelle minestre, Lui no, non le toccava, perché diceva che noi ne avevamo il pieno diritto, essendo veramente povere, mentre Egli, secondo la sua delicata coscienza, non era nella stessa situazione.

Appena fu possibile trovare carne e latte a «borsa nera», non esitò ad acquistarne per tutti, alla sua tavola sedevano con noi, il Segretario, l’ortolano, il servitore e le due donne, tutta una famiglia, Lui era il Padre e ci serviva come Gesù i suoi apostoli. Quali esempi di carità cristiana e di fraterna bontà vennero ad arricchire la nostra vita! Egli è tuttora presente nei nostri cuori e la nostra gratitudine non verrà mai meno.

Agli inizi della primavera 1945 il comandante alleato ci richiese per l’identificazione dei fucilati. S.E. ci sconsigliò, perché disse che ne avremmo sofferto per tutta la vita, ma io avevo promesso alle povere ebree, che qualsiasi fosse stata la loro sorte, non le avrei abbandonate, per questo il Vescovo ci lasciò libere di fare come credevamo. Una mattina con una camionetta gli inglesi ci accompagnarono alle «Casermette», località in aperta campagna, ove era stata consumata la strage. I poveri corpi, dissepolti, giacevano decomposti l’uno accanto all’altro, tutti portavano i fori dei proiettili alle gambe ed alla testa, una delle quali era completamente staccata. Un fetore insopportabile ammorbava l’aria rendendola irrespirabile. Non tardammo molto a riconoscere le infelici e a rendere a ciascuna il proprio nome. Più difficile fu per la povera Marchesa Paolucci, la statura era la sua, ma il teschio sembrava quello di una bambina, l’abito irriconoscibile, erasi come incollato alle ossa. Suor Valeriana affermava essere lei, io invece ero molto indecisa, tutto sembrava rimanere sospeso allorché mi balenò alla mente il danaro nascosto nel vestito. Lo feci presente all’esumatore che frugando, dietro mia indicazione, estrasse le due carte vischiose, ma riconoscibili. Non c’era dunque più dubbio, era proprio lei! Chiudemmo così la nostra povera opera tra tutto lo squallore di una guerra assurda e di una inumana carneficina!

Rimanemmo presso il nostro Vescovo fino al giugno 1945, allorché il Ministero di Grazia e Giustizia ci richiamò in servizio e dopo che gli alleati avevano reso libero il carcere. Ci separammo dal nostro benefattore non senza una grande commozione, ma rimanemmo a lui legate da filiale affetto.

Riprendemmo, tra un mucchio di rovine, la nostra missione, ma quanto fu duro ricominciare di nuovo, senza nulla; per vetri mettemmo la carta che Mangelli ci donò, tutto era devastazione e lordume, poi pian piano, con l’aiuto di Dio, ricominciammo con le nuove detenute; questa volta erano le fasciste, i fascisti o i sospetti di esserlo stati a venire incarcerati, ed avemmo illustri professionisti, distinte personalità. Le donne ce le portavano rapate a zero, ma noi come avevamo accolti i primi perseguitati accogliemmo i secondi aiutando e confortando tutti, perché sotto diverse divise erano nostri fratelli.

A poco a poco la vita riprese il suo normale percorso, avemmo e tuttora abbiamo anime da sfamare e dissetare con le verità del Vangelo, donne e piccini da vestire e da alloggiare, inferme da curare nell’anima e nel corpo, ignoranti da istruire, peccatrici da illuminare, richiamare, innocenti o comunque afflitti da consolare e tanta paziente carità per sopportare talvolta anche i molesti.

Questa la vera, grande missione che da oltre trent’anni svolgiamo senza stanchezza e senza rimpianti, ma con sempre rinnovato fervore, sicure che donandoci cosi, ai più piccoli dei nostri fratelli, confortiamo e ripariamo Gesù che agonizza e muore per tutti i peccati dell’umanità. Amatissima Madre, termino, dopo cinque anni, questo lavoro che mi ha riaperto tante ferite. Domando perdono per le molte inesattezze e per l’imperizia della stesura.

Voglia benedire il mio sforzo e ricordare nelle sue preghiere tutti coloro di cui ho fatto menzione.

Forlì, 11-11-1970

Dev.me figlie in G.C.

Suor Pierina Silvetti
Suor Valeriana Collini
Suor Elvira Ghirardi

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